Il blog di
Piero Chiappano


Ispirato a una canzone di Bruce Springsteen, Land of Hope and Dreams, questo spazio sostiene che sono la speranza e i sogni a guidare le azioni degli uomini. Chi dice che siano i soldi ha solamente vissuto male una sconfitta.
Questo spazio è dedicato al mondo del lavoro, di cui approfondisce limiti, potenzialità, contraddizioni e utilizza come chiave di lettura la musica, che diventa metafora di accesso all'autoformazione e alla consapevolezza di sé.

Land of Hope and Dreams

"This train carries saints and sinners, this train carries loosers and winners,
this train carries whores and gamblers, this train carries lost souls..."

Bruce Springsteen - Land of Hope and Dreams (2001)

mercoledì 28 marzo 2012

La magica riforma del lavoro

Il bailamme scatenato intorno alla prossima riforma del lavoro ha permesso agli italiani di familiarizzare, seppur in modo confuso, coi termini tecnici del diritto giuslavoristico: apprendistato, articolo 18, assicurazione sociale per l’impiego, giusta causa, discriminazione, ecc.
Le battaglie di principio, le rendite di posizione, il protagonismo politico hanno però condizionato il dibattito mediatico al punto da impedire ai non addetti ai lavori una disamina oggettiva delle posizioni in campo.
Ciò che si può osservare a grandi linee e senza timore di polemica è che agevolare (qualunque siano i paletti definitivi della riforma) la dismissione delle risorse umane dalle aziende non solo non ha nulla a che fare con la creazione di altri posti di lavoro (se posso licenziare per poter assumere, al limite il conto si azzera e in ogni caso non sale), ma si dimostra un ragionamento a tavolino, da biblioteca, incurante di una specifica realtà italiana che, a differenza di altre nazioni europee di cui si vuole imitare il modello, soffre di una grave malattia: l’assenza di meritocrazia.
È prassi comune nelle grandi aziende, una volta uscite dalle fasi di start up e consolidamento, livellare verso il basso le competenze medie delle risorse umane per tenerle in scacco (leggi: precariato esistenziale)  attraverso un meccanismo bipolare che non è quello dell’efficiente / inefficiente e nemmeno quello del produttivo / improduttivo, ma quello del molto più svilente utile / inutile. Ma, attenzione, utile / inutile per chi? Forse per “il bene dell’azienda”? No, e neanche dell’azionista. Più semplicemente: per il manager che sta sopra l’impiegato.
La meritocrazia in Italia si riduce a questo: compiacere il capo. Se si condivide questa lettura si fa presto a capire che, prima di parlare di licenziamenti a raffica di operari cinquantenni (con conseguente ricaduta macroeconomica spaventosa), bisognerebbe parlare del destino di quei manager che hanno stabilito di impiegare i suddetti operai in linee di produzione ronzinanti. Che colpa ne ha Cipputi se il suo stabilimento viene destinato alla produzione di un’automobile talmente brutta e senza appeal di mercato che nessuno comprerà mai?
Ecco, in questo caso la riforma del lavoro non agirebbe sulla causa (cioè la rimozione del manager delegato alla strategia), ma sugli strumenti della causa (gli operai) che hanno avuto la solo colpa di eseguire decisioni altrui. Insomma, il vero responsabile non paga mai, anzi spesso con una mano partecipa alla distribuzione dei dividendi mentre con l’altra schiaccia i bottoni che nel giro di qualche anno manderanno a puttane l’azienda.
Quando si parla di mercato del lavoro, dovrebbe essere chiaro che di casta sentenziante non c’è solo quella dei politici, ma anche quella, più furbescamente defilata, dei manager d’azienda. I quali, diciamolo francamente, hanno come principale e a volte unico obiettivo perpetuare i loro privilegi, alla faccia di azionisti, dipendenti, clienti (e il sistema glielo consente!).
Non si è mai vista una squadra di calcio non performante in cui l’allenatore può cacciare tutti i giocatori “per motivi economici” e rimanere saldo al suo posto sine die, col presidente che mette i soldi e lascia fare. Eppure, è proprio quello che nelle aziende già accade e ancor più facilmente potrebbe accadere.
Siamo seri: prima di riformare il lavoro, si riformino le aziende.


Viviamo in un mondo di specchi deformanti, di giochi di prestigio maldestri, di sorrisi protesici, dove la cosa più vera in cui capita d’imbattersi è la tintura dei capelli di gente con poca vergogna e niente dignità.
Bruce Springsteen non ha usato mezze misure quando nel 2007 in Magic ha scritto:

      Non fidarti di quello che senti
      E ancor meno di quello che vedi

Per concludere così:

      Il sole sta calando sulla strada
      Mentre corpi pendono dagli alberi
      Questo è quello che sarà
      Questo è quello che sarà.

Àscari benpensanti aziendalmente corretti astenersi, grazie.

martedì 28 febbraio 2012

Il blues di Obama

Il 21 febbraio il presidente Barack Obama nel corso delle celebrazioni dedicate alla storia della cultura afroamericana ha avuto la fantastica idea di organizzare alla Casa Bianca un concerto di blues. Una mossa profondamente significativa perché giustificata da parole che centrano correttamente il valore culturale di questa grande manifestazione artistica. Ha detto Obama:
“Il blues ci ricorda che abbiamo superato tempi più duri di quelli attuali e ci insegna che quando ci troviamo di fronte a un bivio non scappiamo mai davanti ai problemi. Li rendiamo nostri, li fronteggiamo, ci facciamo i conti. Su di loro cantiamo e li trasformiamo in arte. E anche se ci confrontiamo con le dure sfide di oggi, possiamo sempre immaginare un futuro migliore. Questa è una musica di umili origini. Affonda le sue radici nella schiavitù e nella segregazione, in una società che raramente trattava i neri d'America con la dignità e il rispetto che meritavano. Era la testimonianza di quei tempi duri. Tantissimi uomini e donne cominciarono a cantarlo. E il blues è andato oltre, ha sfondato ogni confine, andando oltre le zone in cui era nato. È migrato al nord, dal delta del Mississippi a Memphis, sino alla mia città, Chicago.  Il blues ha provocato la nascita del Rock and Roll, del Rhythm and Blues, sino all'Hip Hop. Ha ispirato artisti e pubblico di tutto il mondo. E gli artisti di stasera ci dimostrano che il Blues continua a raccogliere le folle. Perché questa musica parla di qualcosa di universale. Nessuno attraversa la propria vita senza gioia e dolore, trionfi e insuccessi. Il blues parla di tutto questo, a volte con una sola nota e una sola parola".
Parole che sottolineano l’intima connessione tra vita e arte e la funzione catartica che quest’ultima sa svolgere quando la si svincola dalle logiche di mercato. Sì, perché il blues non nasce per farci i soldi, ma come oggettivazione di uno stato d’animo o meglio ancora di una condizione esistenziale che all’epoca delle piantagioni di cotone era quella descritta da Obama. L’intelligenza del presidente sta nell’aver evidenziato una concomitanza tra il disagio della comunità nera di allora e la diffusa sensazione di precariato che oggi accomuna più o meno tutti, dai proletari agli alto borghesi. Non è il peso del portafogli a stabilire chi ha il blues e chi no, ma la capacità di interrogarsi sulla fragilità della condizione umana, a cui nessuno sfugge, nemmeno il politico più importante del mondo. La musica blues scandisce la ricerca del contatto profondo prima con se stessi e poi con l’umanità intera che si riflette nel percorso di vita di ognuno come in gioco di lenti magnificatrici. E il senso comunitario che invoca attraverso le sue poche note dall’intonazione tremolante e dalla modalità sospesa ma non ambigua è forse la ragione della sua universalità. Tre accordi, sempre quelli, snocciolati su dodici battute, sempre quelle, ma con un’infinità di possibili modulazioni e sfumature tali da farci percepire la varietà nella costanza, l’estetica nel dettaglio, la qualità nel particolare. Un messaggio sussurrato con forza che arriva dritto al cuore delle persone sensibili e punta a rompere la scorza di chi finge di non avere un cuore.


Sul palco hanno suonato tra gli altri Mick Jagger, B.B. King, Buddy Guy, Keb’ Mo’, Jeff Beck, Derek Trucks, Susan Tedeschi, Warren Haynes. La jam session finale si è svolta sulle note di Sweet Home Chicago di Robert Johnson, e quando il microfono te lo passa Mick Jagger, anche se hai una carica istituzionale di un certo prestigio, come fai a non cantare?


martedì 24 gennaio 2012

Crisi e mercato del lavoro

Gli appassionati di canzone d’autore all’inizio dell’inverno sono stati scossi da una notizia spiacevole: Ivano Fossati ha annunciato il suo ritiro dalle scene e quello in corso sarà il suo ultimo tour. Ghiotta notizia sotto il profilo della comunicazione, ha permesso la realizzazione di addirittura tre concerti a Milano e due puntate televisive di “Che tempo che fa” con Fabio Fazio.
Con intelligenza Ivano sta regalando ai fan una ragguardevole carrellata di vecchie canzoni, tra noti successi e gustose riscoperte. Tra queste, e non a caso, si segnala La crisi, un brano del 1979 che non lascia margine a sottintesi:

La crisi ci aspetta
giù al portone
studia dove andiamo.
La crisi ci segue
come un granchio
e non ci molla più.
Al supermercato
la cassiera
già da un po' chiede di me.
Io no, io no
no non esco di casa
no fuori c'è la crisi.
/…/
Va tutto bene
più che bene
solo un po' di crisi.
Va tutto bene
solamente non ce la facciamo più.

Canzone più che attuale, declinata a ritmo di country rock e sostenuta dalla Fender Stratocaster di George Terry, già musicista di Eric Clapton dal 1974, La crisi fotografa la quotidianità di un vivere incerto, dove a volte ci si condiziona selezionando ed enfatizzando messaggi negativi nel segno delle profezie che si autoavverano.

Ivano Fossati negli anni Settanta
Questa sorta di timor panico purtroppo attecchisce tignosamente negli ambienti aziendali a tutto vantaggio dei datori di lavoro più “intraprendenti”: ci si sente quasi in colpa a portare a casa uno stipendio e si prova vergogna a lamentare trattamenti non esemplari, ci si convince che certe cose avvengono dappertutto, che è meglio essere certi di stare male qui che rischiare di stare meglio altrove. Risultato: il mercato si blocca, tutti si tengono quel poco che hanno, i progetti ammuffiscono nei cassetti e – dal momento che nessuno fa niente – la crisi non passa.
Mi sento allora di segnalare la storia recente di un amico, tra l’altro fan di Fossati. Ingegnere ambientale per oltre dieci anni presso una municipalizzata (posto sicuro a vita, illicenziabile, qualifica manageriale), è stato da poco assunto da un’azienda privata (pacchetto retributivo migliore, ma situazione sottoposta al rischio d’impresa). Se n’è andato tra lo stupore dei suoi vecchi colleghi che, increduli per la temerarietà del gesto, hanno persino evitato di augurargli buona fortuna.
Perché l’ha fatto?
Per autostima, perché ha capito che la mediocrità di un ambiente gravato dalle raccomandazioni politiche e refrattario ai riconoscimenti meritocratici non è l’unico mare in cui si può nuotare.
Per responsabilità, perché da persona intelligente ha voluto dare un senso ai suoi valori, al suo impegno e ai sacrifici che la generazione precedente ha sostenuto per lui.
Per amore, perché vuole che i suoi figli crescano di fronte all’esempio di una padre che affronta le sfide in modo consapevole e non si lascia blandire dalla grigia cultura dell’espediente piccolo borghese.
Si è messo sul mercato e l’offerta è arrivata proprio in un momento in cui il pessimismo generale avrebbe fatto presupporre il contrario.
La morale di questa storia è che, crisi o non crisi (ma soprattutto in tempo di crisi), è assiomatico che se siete persone valide qualcuno vi sta cercando, e se stanno cercando voi state pur certi che prima o poi è proprio voi che assumeranno, perché in momenti come questo chi vi assumerà si guadagnerà il futuro.
Vi invito quindi a non ascoltare le cassandre di quartiere che provano a frenare il vostro istinto. Liberate il fiuto, siate ostinati e non smettete mai di rappresentarvi qualcosa di più della situazione che state vivendo, magari ascoltando il Fossati maturo, quello della poesia in musica di Lindbergh (1992):

La voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne.

giovedì 29 dicembre 2011

Yes I Am - Un anno dopo

Alla fine del 2010 avevo dedicato alcuni post a Yes I Am, il progetto musicale legato alla cultura aziendale promosso dall’azienda per cui lavoro e realizzato in collaborazione col CPM Music Institute di Franco Mussida. Trascorso un anno, è opportuno tracciare un bilancio complessivo dell’evento.
I club Virgin Active presso cui il cd di Yes I Am era in vendita hanno realizzato circa 20.000 euro di fatturato (quasi 4.000 copie vendute) da devolvere in beneficenza a Virgin Unite, la società di fund raising del gruppo Virgin.
Il video nel mese di dicembre 2010 è stato trasmesso sulla homepage di Repubblica.it e successivamente è stato inserito nella homepage di Virgin Careers, il canale tematico del gruppo Virgin presente su Youtube, dove tuttora fa bella mostra di sé.


Il progetto è stato illustrato nell’estate 2011 durante un incontro di HR Community Academy (la principale community che riunisce i direttori Risorse Umane delle aziende presenti sul territorio italiano) come testimonianza originale e coerente di employer branding. A ottobre 2011 è stato premiato dalla stessa organizzazione come best practice di recruiting e selezione.
Il progetto è stato segnalato in U.K. alla sede generale del Virgin Management Group ed è stato premiato il 20 settembre in occasione della Star of the Year 2011 (cerimonia annuale in cui il brand internazionale celebra i suoi successi) con grande soddisfazione del sottoscritto che si è presentato alla notte di Londra insieme al suo collega Marco Cerutti, il curatore di tutti gli aspetti organizzativi di Yes I Am.


La cerimonia, che si è svolta alla presenza di Sir Richard Branson e della sua famiglia, si è tenuta nel roof garden di Kensington Road, un posto incantevole di proprietà del gruppo Virgin ed ha visto riunite le rappresentanze delle principali società del gruppo (da Virgin Atlantic a Virgin Mobile, da Virgin Money a Virgin Limited Edition ecc.): buon cibo, buona musica e buona conversazione.
Marco ed io abbiamo poi concluso la nottata dalle parti di Soho dove in un club, sorseggiando una pinta della mitica birra London Pride, abbiamo ascoltato un power trio rock di giovani musicisti molto bravi che svisavano dagli AC/DC ai Killers.

Piero e Marco tra sir Richard Branson e sua figlia Holly
Credo che un aspetto da non sottovalutare di Yes I Am sia proprio la visibilità e il contatto che ha creato all’esterno dell’azienda. Si tratta di un segnale molto positivo su cui riflettere. Le aziende, soprattutto nei periodi di crisi, tendono a somatizzare le apprensioni e a chiudersi in se stesse ancora di più di quanto non siano abituate a fare, ma così facendo si perdono i vantaggi del confronto e la possibilità di trovare spunti di lavoro in organizzazioni che si credevano diverse e invece sono attraversate da vicissitudini simili. Nel corso delle presentazioni del progetto ho potuto constatare di persona gli sguardi dei miei colleghi di altre aziende passare dallo scetticismo/incredulità all’approvazione entusiasta e ancora una volta ho avuto la conferma che su troppi luoghi di lavoro ciò che manca non è l’intelligenza, ma la passione e la spontaneità.
E ciò che è peggio è che ci si rassegna a questo: ho il sospetto che il pessimismo della ragione riesca a mietere più vittime delle crisi finanziarie.

martedì 20 dicembre 2011

Politica italiana - I Fought the Law

Le recenti vicissitudini della politica italiana suggeriscono una metafora grottesca.
Immaginiamo l’Italia come una grande azienda in cui tutti i contribuenti-lavoratori sono anche i consumatori dei beni che essa produce. L’azienda Italia, che per ragioni di employer branding ha sempre vissuto al di sopra delle sue possibilità, si trova messa alle strette dai creditori e deve attuare un piano d’emergenza per salvarsi la pelle (la faccia l’ha persa da tempo). Il consiglio di amministrazione, quasi unico al mondo ad avere un Presidente senza poteri, non potendo più nascondere l’incapacità-irresponsabilità-immoralità di una classe politica-dirigente che ha cercato per anni di occultare la realtà dei fatti economici poggiandosi su un apparato di marketing e comunicazione estremamente kitsch, preme affinché la suddetta classe si faccia da parte per un po’ (niente licenziamenti: le buonuscite sarebbero troppo onerose e compromettenti) e la sostituisce con un manipolo di grigi e reversibili manager della crisi: quei preziosissimi individui che ovunque li metti fanno le stesse cose senza guardare in faccia a nessuno. Non hanno tessere in tasca, ma se sono giunti fin lì da quasi perfetti sconosciuti all’opinione pubblica, qualche conoscenza l’avranno pure avuta.
Poverini i nuovi arrivati, non hanno nemmeno il tempo di predisporre strategie di crescita e sviluppo: i creditori hanno fretta, sono stanchi di essere presi in giro e sono molto abili nel seminare il panico tra i contribuenti-lavoratori.
Così i nuovi manager della crisi adottano la soluzione più rapida: i mitici tagli al personale. Riduzione della spesa mediante razionalizzazione dell’impiego pubblico? Ma no, cosa andate a pensare! Qui si fa metafora e quindi per tagli intendiamo ridurre il potere d’acquisto dei consumatori-lavoratori a cui viene aumentata la pressione fiscale (dall’IMU all’IVA). E già che ci sono li prendono anche in giro: prima promettono di liberalizzare la vendita dei medicinali di fascia C – fatto che avrebbe comportato la creazione di posti di lavoro e l’abbassamento dei prezzi – e poi ritirano la proposta per le “pressioni pazzesche” (così le ha definite il ministro dello sviluppo) delle lobby (che poi sarebbero i titolari di farmacia, categoria che non credo essere famosa per il peso politico). Viene ritirata anche la proposta di liberalizzare le licenze dei taxi sotto pressione dell’altrettanto incredibilmente potente lobby dei taxisti  (a proposito, se siete a Roma al di fuori delle mura aureliane può succedere che il vostro taxi arrivi 40 minuti dopo la chiamata o che non arrivi del tutto, mentre se siete a Fiumicino e dovete andare a Ostia potete ritenervi fortunati se trovate qualcuno vi ci porta).
E via così di contraddizione in contraddizione, coi contribuenti-lavoratori sempre più vessati e sotto ricatto occupazionale e la classe politica-dirigente sempre più intoccabile e privilegiata.  Proprio quest’ultima, tra l’altro, al momento opportuno farà in modo si screditare l’operato dei manager della crisi e utilizzerà i suoi motivatori aziendali (Vespa, Vinci, Signorini, De Filippi, D’Urso, Marcuzzi, Panicucci, Toffanin ecc.) per convincere i contribuenti-lavoratori che in fondo in questa azienda non si sta poi così male e comunque dalle altre parti è peggio.
Tutto questo mi fa ricordare una vecchia canzone di Sonny Curtis dei Crickets, reinterpretata in numerose versioni tra cui spicca quella di Joe Strummer e i suoi Clash (1979): I Fought the Law.

Spaccando pietre sotto il sole bollente
Ho combattuto la legge e la legge ha vinto
Avevo bisogno di soldi perché non avevo nulla
Ho combattuto la legge e la legge ha vinto.

Joe Strummer e la sua Fender Telecaster
Dopotutto l’ha detto anche il capo dei casalesi che lo Stato vince sempre, ma poi chi se ne frega: hanno trovato la bara di Mike Bongiorno e quindi: allegria! Poi tra poco ci sarà il capodanno e finalmente potremo fare il trenino con una musica nuova: non più la solita samba trita e ritrita, ma la mirabolante Ai se eu te pego di Michael Telò (ma chi cavolo è?) così ci sentiremo tutti fighi come Pato del Milan.
Ora, non dico “Ridateci Joe Strummer” –  che sarebbe troppo –  ma almeno “Ridateci Pelé”!

mercoledì 14 dicembre 2011

Musica rock e customer experience

Ormai da alcuni anni consulenti e formatori aziendali invitano la popolazione aziendale ad appropriarsi del concetto di customer experience, che rispetto al customer service porta a una serie di approfondimenti significativi. Se nella concezione consueta ci si concentra su come si eroga una prestazione, con la customer experience si crea il focus su ciò che il cliente prova mentre sperimenta il servizio. È infatti l’esperienza a determinare il valore di un servizio, non il servizio in sé: lo stesso caffè bevuto in una stazione ferroviaria e in piazza San Marco a Venezia avrà un prezzo sensibilmente diverso proprio perché i contesti ispirano contenuti differenti, con l’approvazione del cliente che è spontaneamente portato a cogliere e giustificare la differenza tra valore d’uso di un bene/servizio e suggestività del vissuto.
Detto questo, possiamo arrivare a definire la customer experience come la capacità di un’azienda di coinvolgere emotivamente il cliente facendogli vivere un’esperienza che sia personalizzata, memorabile, di cambiamento. Quanto più questi concetti saranno sviluppati e tanto più il valore giustificherà il prezzo.
I musicisti rock sono stati tra i primi a capire l’importanza della customer experience, pur senza bisogno di apparati teorici.
Perché un concerto rock può permettersi di costare anche più di dieci  volte il prezzo di un greatest hits? Perché soddisfa esigenze diverse. Se infatti nel caso della compilation si appaga la percezione estetica, nel caso del concerto si crea un contatto quasi fisico col pubblico che rende il momento unico, da ricordare, tramandare e associare a un particolare momento di vita e spesso crea la forte sensazione di uscirne rigenerati e trasformati. In più il concerto rock assume il significato di testimonianza aggregativa di una comunità che si riconosce in determinate linee di comportamento e di condivisione di valori, confermando identità e appartenenza. Non sorprende quindi che proprio i musicisti rock abbiano fatto passi in avanti in questa direzione.
Bruce Springsteen ad esempio, accorgendosi dei tanti fan che portavano i bambini ai concerti tenendoli sulle spalle, ha avuto l’idea nel corso dei tour dell’ultimo decennio di farne salire sul palco uno ogni sera per cantare una strofa di Waitin’ on a Sunny Day.


Similmente gli U2 nel corso del loro 360° Tour (2009-2011), hanno più volte ospitato sul palco fan che dalle prime file esponevano un cartello con scritte del tipo: “May I play your guitar?”. Bono, tra lo stupore e l’invidia generale, consegnava la sua preziosissima Gretsch verde metallizzato al fan che accompagnava il cantante in All I Want Is You o in altre ballad .


Un esempio di carattere diverso, ma sempre legato alla customer experience, riguarda l’idea di alcuni produttori di chitarre come Fender e Gibson di realizzare modelli famosi con specifiche modifiche dettate  da guitar heroes e accompagnati dal loro autografo serigrafato o inciso sulla tastiera ( i cosiddetti modelli signature). Questo per far sì che l’aspirante chitarrista viva più intimamente il feeling coi suoi modelli stilistici di riferimento, avvicinandosi alle loro sonorità e al loro approccio allo strumento.

Fender Stratocaster John Mayer signature
Un’altra nota può riguardare la catena internazionale di pub Hard Rock Cafe: qui la consumazione tradizionale diventa un pretesto per sentirsi proiettati in un mondo alternativo creato grazie ai memorabilia rock, che realizza un considerevole upselling con le t-shirt indicanti il logo e il luogo dell’acquisto.

martedì 6 dicembre 2011

Dave Carroll e il customer service

Dave Carroll, un musicista country canadese, nel 2008 è stato protagonista involontario di una significativa vicenda di customer service.
Vola per lavoro da Halifax a Omaha e durante uno scalo intermedio assiste dal finestrino allo sbarco dei bagagli condotto in modo disattento e maldestro dal personale di terra. In particolare vede maltrattare la custodia della sua chitarra acustica (una Taylor del valore di 3.500 dollari) di cui poi scoprirà la rottura netta del manico. Subito protesta tra l’indifferenza generale, passa allora al reclamo ufficiale alla compagnia aerea – la United Airlines – che viene però respinto in quanto presentato fuori tempo massimo (24 ore). Sentendosi preso in giro, prende la geniale decisione di vendicarsi in questo modo: scrive una canzone dal testo esplicito United Breaks Guitar, realizza un video altrettanto chiaro e lo mette su Youtube.


La risposta del pubblico ha dell’incredibile: a un mese dalla pubblicazione (luglio 2009) 5 milioni di persone hanno già visto il video e un anno dopo siamo a 10 milioni di clic. Il fenomeno virale, amplificato dall’interesse della carta stampata, contagia anche la borsa: le azioni della compagnia aerea calano rapidamente e la United Airlines scopre di trovarsi in difficoltà per via di un serio danno d’immagine.
La United Airlines decide allora di presentare le sue scuse ufficiali, dichiarando di voler imparare dalla vicenda: utilizzerà i video di Carroll (che nel frattempo ci ha ricamato una vera e propria saga di tre canzoni) per le sue sessioni di training.
Dave Carroll trae da tutto questo una notorietà inaspettata: i suoi video arrivano a un pubblico ben più vasto di quello confinato negli steccati del country (la settimana successiva alla sua pubblicazione, United Breaks Guitar risulta essere la canzone più scaricata su iTunes Music Store) e diventa un conferenziere molto richiesto dalle aziende per parlare di customer service.
Anche la Taylor Guitars sfrutta il pasticcio a suo favore. Bob Taylor, fondatore e proprietario della benemerita azienda, posta un video su Youtube e sul sito della sua compagnia in cui si impegna a regalare a Carroll due chitarre a scelta del musicista e coglie l’occasione per dare notorietà alle sue strategie di servizio al cliente (già più avanzate e sostanziali dei suoi più noti competitor).

Bob Taylor, founder e owner di Taylor Guitars

Cosa ci insegna questa storia? Innanzitutto che il passaparola – una risorsa completamente gratuita – ha il potere di creare e di distruggere ben più di tante teorie studiate a tavolino (contiene infatti il pericoloso elemento della generalizzazione: qui siamo di fronte a un caso in cui pochi dipendenti di una grossa compagnia hanno gestito male un reclamo, ma United Breaks Guitar induce a pensare fin dal titolo che questo sia il comportamento medio dei lavoratori della compagnia in tutti gli scali), poi che le aspettative tradite sono il peggior affare che un’azienda possa commettere nei confronti dei clienti, infine che il personale di un’azienda va educato ad agire con intelligenza e autonoma personalità perché quando si tratta di pagare un servizio tutti i consumatori sono adulti e pretendono di essere trattati come tali.