Il blog di
Piero Chiappano


Ispirato a una canzone di Bruce Springsteen, Land of Hope and Dreams, questo spazio sostiene che sono la speranza e i sogni a guidare le azioni degli uomini. Chi dice che siano i soldi ha solamente vissuto male una sconfitta.
Questo spazio è dedicato al mondo del lavoro, di cui approfondisce limiti, potenzialità, contraddizioni e utilizza come chiave di lettura la musica, che diventa metafora di accesso all'autoformazione e alla consapevolezza di sé.

Land of Hope and Dreams

"This train carries saints and sinners, this train carries loosers and winners,
this train carries whores and gamblers, this train carries lost souls..."

Bruce Springsteen - Land of Hope and Dreams (2001)

martedì 11 novembre 2014

Canzoni e Censura

Un curioso libretto mi ha fatto compagnia durante un viaggio in treno per Roma. Si tratta di L’importante è proibire. Tutto quello che la censura ha proibito nelle canzoni di Maurizio Targa (Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, Roma , 2011).


Si tratta di un volume ricchissimo di aneddoti che, aldilà dell’aspetto tecnico (che riguarda gli addetti ai lavori), getta luce su alcuni aspetti della nostra vita culturale nei quali ci troviamo immersi, in particolare sull’uso e la diffusione di certe parole. 
La commissione preposta alle sforbiciate morali agiva non solo sulla lettera, ma anche in nome di un’interpretazione del tutto soggettiva dei commissari stessi, costringendo gli autori a purgare i testi, talvolta a snaturarli. 
Senza entrare nel merito di molti casi anche famosi di cui si trovano agevolmente notizie in merito, come a proposito di 4/3/1943 di Dalla o L’importante è finire di Mina, preferisco osservare come sia sempre storicamente evidente la relatività del punto di vista censorio, totalmente subordinata al potente di turno e al pensiero che si vuole divulgare e tutelare. In particolare fa molta pena osservare che siano stati proprio i governi democratici a operare i tagli più assurdi e perversi, incarognendosi nel segno di moralismi di scarsissimo pregio, facendo fare una illustre figura a culture spesso tacciate di autoritarismo come quella della Chiesa Cattolica Apostolica Romana che in campo di musica popolare si è invece sempre dimostrata sorprendentemente pronta ad accogliere le novità.
Un caso non da poco e molto recente, riguarda il periodo immediatamente successivo alla tragedia delle torri gemelle. Diversi programmatori radiofonici americani scelsero di non mandare in onda tutte le canzoni che contenevano nel titolo o nei loro versi ripetuti accenni a concetti come fuoco, volo, aereo, polvere, incidente, ali, inferno, sangue. Qui propriamente non si tratta di censura di Stato, ma è evidente l’applicazione del giochetto per cui la parola viene cassata in quanto portatrice di uno spettro semantico non completamente controllabile. Ecco qui la libertà dei cittadini americani: quella di essere considerati stupidi.
Un caso diametralmente opposto invece è quello che rivela come la prospettiva della censura in alcuni casi abbia svolto un ruolo positivo nel salvare l’artisticità e la poesia di un brano. Ecco un esempio: pare che Roberto Vecchioni abbia scritto il testo di Luci a San Siro in risposta a un discografico che lo accusava di scrivere in modo antiquato. Per dimostrare la sua attualità Vecchioni si lascia andare a espressioni non proprio fini, ecco un esempi tra gli altri:

Fatti pagare, fatti valere,
più lecchi il culo e più ti dicono di sì
e se hai la bocca sporca che importa
tienila chiusa…

Questa frase, come altre, verrà risistemata dall’autore, dando vita a un capolavoro equilibrato e perfettamente chiaro pur nell’uso (intelligente) degli eufemismi.

Il richiamo al mondo delle aziende viene spontaneo: da quando la lingua inglese è diventata la portavoce ufficiale del New World Order si assiste a una ridicola ostentazione di una terminologia gergale che personalmente non trovo per niente originale né utile. Anzi, considero la scelta di non tradurre dall’inglese determinate parole o la sostituzione di quelle italiane con motti anglosassoni un modo per nascondere, dietro la pretesa di un intellettualismo un po’ esotico, una sostanziale mancanza di contenuti. Specchio dei tempi…

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