Nel 2014 è uscito un disco per la Universal che è passato (ma
che strano!) quasi totalmente inosservato. Si tratta di Fibrillante di Eugenio Finardi, un disco arrabbiato e coerente,
come non se ne fanno quasi più.
Le notizie positive sono almeno due: la prima è che la
canzone d’autore non è morta sotto le cannonate dei reality canori, la seconda
è che il nostro ambiente musicale, ormai pecorinato alla superficialità del pop
più ostentato, evidentemente riesce a trovare ancora qualche euro per divulgare
un messaggio intelligente.
Una persona coerente e al di sopra di ogni sospetto come
Finardi, dopo un abbondante decennio di esplorazioni musicali (blues, fado
ecc.), ritorna ai temi della sua gioventù per riscoprirli attuali. In più li
condisce di maturità, consapevolezza e poesia.
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Eugenio Finardi oggi |
Fibrillante è un
album che parla dell’attualità socio economica come solo i grandi dischi rock
sapevano fare e obbliga chi ascolta a prendere una posizione.
Qui segnalo la canzone Cadere sognare, gratificata addirittura da un
doppio passaggio televisivo alla Gabbia
di Gianluigi Paragone.
La musica, col suo incedere faticoso e tormentato,
sottolinea un testo che descrive il fallimento professionale e umano di una
persona cresciuta obbedendo ai dettami della società e poi ritrovatasi
improvvisamente ai margini di tutto, a partire dal licenziamento perché la sua
azienda ha delocalizzato produzione e uffici. Il crollo di autostima porta
all’isolamento, all’alcolismo e alla voglia di riscatto urlata con rabbia:
Classe dirigente d'imbroglioni, sfruttatori senza senso del
domani, senza voglia di sporcarsi mai le mani, ideologi cresciuti alla Bocconi.
Il vostro liberismo mi ha ammazzato, di ogni mio sogno derubato, ormai anche
mia moglie mi ha lasciato, e adesso sono rovinato…
Fino a maturare, con impeto d’orgoglio, il senso di
vendetta, anch’esso inciso senza mezze misure:
E grido finché vi vedrò pagare, maiali senza il minimo
pudore, e spegnere quel ghigno che fa male, che offende chi non riesce a respirare.
Ho chiuso con la società civile, con i vostri furbi giochi di parole, che alla
fine resta sempre tutto uguale e aspetterò seduto in riva al fiume, fino a che
non vi vedrò cadere giù e non tornare più!
C’è tutta l’innocenza del rock in queste parole, che per
economia testuale descrivono una situazione simbolica, ma che a ben vedere
raccontano molto di più del caso umano narrato in prima persona. Finardi
infatti mette in chiaro che il fallimento non riguarda un uomo, ma un intero
sistema, di cui probabilmente siamo tutti un po’ complici, a partire da quando
contempliamo con indifferenza le pedine che cadono intorno a noi, pensando che
a noi non toccherà mai. È un po’ la vecchia storia di ignorare le cose perché
finché le ignoriamo ci sembra che non esistano. E invece tutto accade e l’erba
grama continua a crescere.
Portare coscienza nel proprio ambiente di lavoro e
discuterne in modo realistico e propositivo potrebbe già contribuire a colorare
la realtà di una luce quantomeno più vera e passo a passo diffondere una mentalità
in grado di portare soluzioni e individuare percorsi alternativi.
Perché al punto di non ritorno siamo davvero vicini.
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